GENERALITA’ SULLA
GASCROMATOGRAFIA
La finalità dei metodi cromatografici è quella
di separare i diversi componenti di una miscela. Per ottenere
questo risultato, viene sfruttata la diversa affinità che
i vari componenti della miscela hanno nei confronti di due
fasi diverse. Tali fasi sono:
-) Una fase stazionaria
-) Una fase mobile, che scorre in maniera continua sulla fase
stazionaria.
Nella gascromatografia (GC) la fase mobile è un gas
(carrier o gas di trasporto) che scorre attraverso una colonna
in cui è
posta la fase stazionaria. All’uscita della colonna,
uno o più rivelatori segnalano l’arrivo dei diversi
componenti a un sistema di elaborazione dei segnali.
Il prodotto
finale del sistema è un
gascromatogramma, in cui la miscela analizzata è diagrammata
in funzione del tempo necessario ai vari componenti per attraversare
la colonna.
Una delle classificazioni delle varie tecniche gascromatografiche
è basata sul tipo di colonna utilizzata:
GC su colonne impaccate: qui la fase stazionaria è un
solido granulare poroso che occupa tutto il volume all’interno
della colonna. Questa è costituita da un tubo di acciaio
o vetro (lunghezza 1-6 m) con diametro interno di 0,75-4
mm. Il carrier attraversa la colonna passando attraverso
gli spazi liberi lasciati dalle particelle di riempimento.
GC su colonne capillari: qui la fase stazionaria viene depositata
sotto forma di un film sottilissimo (0,1-5 micron) sulle
parete interne di un capillare lungo da 15 a 100 m. Il carrier
attraversa la colonna passando nel canale centrale lasciato
libero dalla fase stazionaria. Le analisi possono
essere condotte a temperatura costante o in regime di programmazione
di temperatura, da effettuarsi mediante riscaldamento dell’aria all’interno
della camera in cui è contenuta la colonna. |
 |
IL NOSTRO LABORATORIO
Il laboratorio di gascromatografia è
in grado di effettuare analisi chimiche quantitative di gas
liberi, gas arricchiti mediante rimozione di CO2 in ampolle
a soda, e gas disciolti nelle acque. Gli analiti a cui
sono destinate le analisi sono He, H2, Ar, O2, N2, CO,
CH4, CO2.
Il laboratorio consta di 3 gascromatografi (un Perkin Elmer
Clarus 500 e due Perkin Elmer XL Autosystem [Fig 2]). L’introduzione
del gas nei gascromatografi (Fig. 3) avviene mediante un
sistema a valvola multiporta, non vengono utilizzati iniettori.
Due strumenti sono equipaggiati con colonne impaccate (60/80
Carboxen 1000, 4.50 m, Fig. 4), uno con colonna capillare
(RT Msieve 5A, 30 m, 0.53 mm ID). I Carboxen sono microparticelle
sferiche di carbone con caratteristiche granulometriche precise,
costanti e riproducibili. Sono costituiti da uno scheletro
carbonioso, residuo della pirolisi di un precursore polimerico
e hanno un’area superficiale molto elevata (>1200
m2/g). Oltre alla grande area superficiale, altre caratteristiche
indispensabili per una buona fase stazionaria sono una bassa
friabilità, una buona classazione e una grande inerzia
chimica. Le Msieve 5A sono colonne a setacci molecolari costituite
da zeoliti (silicati di alluminio e sodio, che possono contenere
anche ioni calcio).
I carrier usati sono Ar (per gli strumenti equipaggiati con
colonna impaccata) e He (per lo strumento con colonna capillare).
Ovviamente, laddove si usa He come carrier risulta impossibile
indagare la concentrazione di He, e lo stesso dicasi per
l’Ar. All’uscita di ogni colonna sono disposti
in serie un detector a termoconducibilità
(TCD), un metanizzatore e un detector a ionizzazione di fiamma
(FID). Il FID viene alimentato da idrogeno prodotto da un
generatore e da aria precedentemente essiccata e filtrata
da idrocarburi e impurità.
La concentrazione dei campioni viene stabilita sulla base
del metodo dello standard esterno, per mezzo di gas standard
appositamente acquistati, con concentrazioni delle varie
specie variabili fra pochi ppm e il 100%. Quando necessario,
vengono usati standard Supelco Scotty (Fig. 5). Opportune
curve di calibrazione restituiscono i valori di concentrazione
dei vari analiti.
Una buona evacuazione del loop d’ingresso e di tutto
il sistema d’introduzione viene garantito da due pompe
rotative Edwards. I gas disciolti nelle acque vengono trattati
col metodo del gas ospite (Ar o N2), descritto in dettaglio
da Capasso e Inguaggiato (Applied Geochemistry, 13, 631-642,
1998)
I rivelatori utilizzati sono
A) Rivelatore a termoconducibilità anche
chiamato Hot Wire Detector (HWD) o Thermo Conductivity Detector
(TCD). E’ un rivelatore sensibile alla concentrazione
dell’analita, universale e non distruttivo. Il suo
funzionamento dipende dalla differente conducibilità termica
di varie specie gassose (vedi Fig. 6). E’ formato da
due filamenti, uno attraversato da carrier puro, l’altro
dal gas in uscita dalla colonna (carrier più campione).
I filamenti sono parte di un ponte di Wheatstone (circuito
elettrico bilanciato). Quando il campione attraversa il filamento
si ha una differente conduzione di calore dal filamento stesso.
La temperatura del filamento varia, variando quindi anche
la resistenza. A questo punto, il ponte è
elettricamente sbilanciato. Questo sbilanciamento elettrico è
amplificato e mandato all’interfaccia. In definitiva,
il segnale fornito dal rivelatore è direttamente proporzionale
alla concentrazione degli analiti.
La sensibilità dell’HWD dipende da:
Differenza di conducibilità termica fra il gas carrier
e l’analita
Concentrazione dell’analita
Corrente del filamento
B) Rivelatore a ionizzazione di fiamma anche
chiamato FID (Flame Ionisation Detector). E’ un detector
universale e distruttivo. Il carrier, convogliato in un ugello,
si miscela con aria e idrogeno, che alimentano una fiamma posta
all’uscita dell’ugello. La fiamma produce una corrente
ionica che viene trasformata in tensione, amplificata ed elaborata.
Quando un analita raggiunge la fiamma, esso viene bruciato
e ionizzato facendo variare l’intensità della
corrente e permettendo la rivelazione del segnale. |

Figura numero 2.

Figura numero 3.

Figura numero 5.

Figura numero 6. |