Sorveglianza
geochimica delle fumarole di Vulcano:
MODELLI DI CIRCOLAZIONE DEI FLUIDI ED IMPLICAZIONI |
U.O. Fumarole Crateriche
Vulcano
Responsabile: A. Paonita
Afferenti: P.Bonfanti, C. Federico, F. Italiano, P. Madonia,
G. Pecoraino, F. Sortino
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Dopo l’ultima eruzione
avvenuta durante il biennio 1888-90, l’isola di Vulcano,
situata nel Tirreno Meridionale ad alcune miglia dalla costa
settentrionale siciliana, manifesta attività fumarolica
e termalismo. Il principale campo fumarolico di alta temperatura
si sviluppa nel settore settentrionale del cratere del vulcano
La Fossa (vedi foto in alto), da cui prese origine l’evento
eruttivo citato. Fumarole di più bassa temperatura
sono presenti presso la Baia di Levante, mentre pozzi termali
ed emissioni gassose diffuse dal suolo si riscontrano in
tutta l’area di Vulcano Porto e sui fianchi dell’edificio
della Fossa.
Indagini geofisiche e geochimiche hanno individuato un
corpo magmatico intorno ai 2-3 km di profondità (Ferrucci
et al., 1991; Nuccio e Paonita, 2001), di composizione riolitica
(Sbrana, 1997). Una perforazione alla base della Fossa condotta
nel 1980 da AGIP-EMS-ENEL, ha raggiunto rocce con temperature
sopra i 400°C in assenza di fluidi (Faraone et al., 1986).
Due acquiferi in ebollizione, rispettivamente a profondità di
90 e 226 m sotto il livello del mare, furono invece raggiunti
da perforazioni AGIP condotte presso la Baia di Levante (Sommaruga,
1984). Dopo l’ultima eruzione, l’attività vulcanica
ha subito significative modifiche, con periodi di riscaldamento
del campo fumarolico craterico (Sicardi, 1941; Martini et al,
1980; Carapezza et al, 1981; Sommaruga, 1984). Durante l’ultimo
ventennio, variazioni termiche e composizionali hanno interessato
i fluidi emessi al cratere ed alla Baia di Levante, nonché le
acque termali sull’isola (Carapezza et al., 1981; Cioni
and D’Amore, 1984; Panichi and Noto, 1992; Bolognesi
and D’Amore, 1993; Chiodini et al., 1993, 1995 and 2000;
Capasso et al., 1992, 1994, 1997, 1999, 2000 and 2001; Tedesco,
1995; La Volpe et al., 1997; Nuccio et al., 1999; Paonita et
al., 2002; Di Liberto et al., 2002). A partire dal 1988 la
temperatura iniziò a crescere rapidamente, passando
da circa 300°C fino ai 700°C raggiunti nel 1993. Allo
stesso tempo aumentarono i flussi di vapore al cratere, che
ugualmente culminarono nei valori massimi del 1993 (Italiano
et al., 1997). Le principali variazioni chimiche ed
isotopiche dei gas fumaroilici si verificarono nel 1988 e 1996,
e più recentemente alla fine del 2004 (Fig.1).
Altre variazioni, seppure di minor rilievo, avvennero durante
il 1990, 1991, 1993, 1997 e 1998.A seguito di tali rilevanti
variazioni e della progressiva crescita delle temperature delle
fumarole crateriche, fu avviato un completo programma di sorveglianza
a partire dal 1977. Il monitoraggio geochimico costituisce
attualmente una parte fondamentale di tale programma ed comprende
la misura di svariati parametri inerenti i fluidi termali dell’isola.
Fig.1 Fig.2 Fig.3 Fig.4
Geochimica dei fluidi fumarolici
La composizione
dei gas fumarolici craterici mostra le tipiche caratteristiche
dei fluidi magmatici di alta temperatura. Vapore acqueo
e CO2 costituiscono la porzione principale
(più del 99 mol%), mentre N2, HCl,
HF e solfo sono presenti in frazioni di percento, e
H2 CO He e CH4 sono in parti
per milione (ppm). La concentrazione delle varie specie
gassose e la temperatura delle emissioni sono cambiata
nel tempo in relazione allo stato di attività vulcanica
(Fig.1;
Badalamenti et al., 1991a; Chiodini et al., 1993 e
1995). Le elevate correlazioni tra He, N2 e
CO2 (Fig.2),
insieme agli elevati rapporti isotopici dell’elio
(R/Ra = 5¸6.5;
Tedesco et al., 1995; Italiano e Nuccio, 1996) indicano
che: i) le specie in questione derivano dalla stessa
sorgente magmatica, ii) un termine idrotermale povero
in CO2 ed He si miscela a quello magmatico
dando origine al fluido fumarolico campionato (Chiodini
et al., 1993; Nuccio et al., 1999). I contenuti in
solfo ed HCl sembrano anch’essi coerenti con
il processo di miscelazione magmatico-idrotermale,
benché la sublimazione di fasi solide lungo
i condotti fumarolici maschera parzialmente il mixing
(Di Liberto et al., 2002). La composizione isotopica
del carbonio (espressa come d13CCO2) varia tra +1‰ and -3.2‰ vs.
PDB, in maniera sincrona con la concentrazione di CO2.
I valori più positivi sono raggiunti insieme
alle concentrazioni più alte di CO2 (Fig.3;
Capasso et al., 1999). Anche in questo caso sono evidenti
i processi di miscelazione tra il termine magmatico
e quello idrotermale. Gli isotopi di H e O del vapore
fumarolico delineano invece un quadro più complesso
e certamente meno chiaro (Fig.4).
Oltre ai termini magmatico ed idrotermale, una terza
componente
è presente ed è stata interpretata
come vapore derivante da vaporizzazione totale
di acqua meteorica che si infiltra nel sistema
(Capasso et al., 1997; Chiodini et al., 1995
and 2000; Paonita et al., 2002). Le
fumarole della Baia di Levante mostrano invece
le tipiche caratteristiche dei fluidi idrotermali
di bassa temperatura (circa 100°C, alte concentrazioni
di CH4 ed H2S, bassi contenuti
di CO ed assenza di SO2). La geotermometria
gassosa stima temperature di equilibrio intorno
ai 200°C (Chiodini et al., 1991), in sostanziale accordo con
le temperature degli acquiferi idrotermali locali
intercettati dalle perforazioni AGIP (vedi sopra),
indicando chiaramente la zone di produzione di
questi fluidi.
Fig.5 Fig.6 Fig.7
Modello generale di circolazione dei fluidi fumarolici
E’ evidente che il rilascio di fluidi ed energia
da un corpo magmatico in degassamento sia stata la
principale causa di aumento dell’attività
a Vulcano negli ultimi decenni. I fluidi provenienti
da un sistema idrotermale sotto La Fossa hanno contribuito
ad alimentare le emissioni crateriche, miscelandosi
con i gas magmatici e causando ulteriori fluttuazioni
nella composizione chimica ed isotopica (Carapezza
et al., 1981; Cioni and D’Amore, 1984; Tedesco,
1995 and 1997; Tedesco eand Scarsi, 1999; Capasso
et al., 1997 and 1999; Nuccio et al., 1998 and 1999;
Chiodini et al., 1993, 1995 and 2000; Paonita et
al., 2002; Di Liberto et al., 2002). Il cospicuo
set di dati e parametri acquisiti ha permesso una
modellizzazione avanzata del sistema magmatico, di
quello idrotermale, nonché
della loro interazione dal punto di vista geochimico,
consentendo di definire le condizioni chimico-fisiche
delle due sorgenti di fluidi (Chiodini et al., 1993,
1995 and 2000; Capasso et al., 1997; Nuccio et al.,
1999; Paonita et al., 2001; Nuccio and Paonita 2001).
Tali modelli permettono di formulare un quadro generale
del sistema vulcanico di Vulcano e del suo funzionamento
(Fig.5).Il
sistema idrotermale ha subito rilevanti evoluzioni
nel tempo (Nuccio et al., 1999). Alla fine degli
anni ’70, esso sarebbe stato un sistema bifase,
descrivibile come una soluzione salina al 5¸15
wt% di NaCl, in ebollizione a 340ºC e 16 MPa
(Fig.6).
Malgrado l’evoluzione del sistema fumarolico
durante gli anni
’70, il sistema idrotermale sarebbe rimasto
sostanzialmente stabile fino ai primi anni ’80
(Italiano et al., 1984). Secondo Nuccio et al.
(1999), un aumento del contributo magmatico nella
seconda metà degli anni ’80 avrebbe
causato una vaporizzazione totale della parte centrale
del sistema idrotermale, con la formazione di una
zona monofase vapore circondata dal sistema bifase
liquido-vapore. Il vapore proveniente dalla zona
bifase migra verso la zona centrale monofase depressurizzata,
dalla quale risalgono direttamente i fluidi magmatici.
In tali condizioni, avviene il processo di miscelazione
di cui si è discusso (Nuccio et al., 1999;
Paonita et al., 2002), chiaramente evidenziato
dalle correlazioni lineari tra He, N2 e
CO2. Durante il decennio 1988-98, queste
correlazioni suggeriscono che il contenuto in CO2 del
vapore idrotermale sia rimasto costante (intorno
a 2.5-3 mol%; Fig.6).
Affiancando tale dato alle concentrazioni di NaCl
nelle fumarole crateriche, Nuccio et al. (1999)
suggerirono che, durante l’evoluzione degli
anni ’80, il sistema idrotermale raggiunse
24¸30
wt% di NaCl nel liquido, temperature di 380¸400°C
e pressioni intorno a 18¸20 MPa. Sulla base dei contenuti di HCl e S, l’evoluzione
avrebbe anche riguardato il pH della soluzione
salina, variato da1.7 nel 1978-80, fino a 4.3 durante
gli anni ‘90 (Di Liberto et al., 2002; Fig.7).
Utilizzando la composizione isotopica del vapore,
Paonita et al. (2002) suggerirono che l’alimentazione
principale del sistema idrotermale sarebbe legata
ad acqua marina infiltrata nel sistema (DH2O 10‰ vs.
SMOW), che avrebbe subito evoluzioni chimiche ed
isotopiche tramite parziale vaporizzazione ed interazione
con le rocce ignee locali. Scambi isotopici con
le rocce silicatiche modificherebbero l’originaria
composizione isotopica dell’ossigeno (Paonita
et al., 2002). Le notevoli quantità di carbonio
trasportate dai fluidi idrotermali implicano che
l’acqua circolante interagisce anche con
CO2 di origine magmatica; il carbonio
raggiungerebbe valori compresi tra -2‰-6.5‰ per
effetti di frazionamento cinetico durante la dissoluzione
(Paonita et al., 2002). Precedentemente all’evoluzione
della seconda metà degli anni ’80,
le condizioni particolarmente acide della soluzione
idrotermale furono probabilmente causate da estrazione
di calcio dalle rocce e conseguente idrolisi di
CaCl2 e rimozione di CaOH. Il progressivo
impoverimento di Ca all’interfaccia acqua-roccia
e la formazione di paragenesi stabili avrebbero
causato il successivo incremento del pH (Di Liberto
et al. 2002). Sulla base della composizione isotopica
dello zolfo nelle fumarole crateriche (Cortecci
et al., 1996), Di Liberto et al. (2002) riconobbero
anche simili processi di dissoluzione per minerali
dello zolfo e riprecipitazione come paragenesi
stabili. La composizione dei fluidi magmatici (in
termini di CO2, He, N2) ha
mostrato una serie di minimi e massimi di concentrazione
(Fig.8;
Nuccio et al., 1999). I picchi nella concentrazione
di CO2, He e N2 hanno evidenziato
ampiezza decrescente a partire dal 1988 fino al
1995, suggerendo un progressivo impoverimento di
specie a bassa solubilità in un piccolo
corpo magmatico in degassamento (Nuccio and Paonita,
2001). Al contrario, i picchi più elevati
osservati nel 1996, 1998 e 2004 indicherebbero
apporti di magma meno degassato verso la superficie.
L’interpretazione di queste sequenze di eventi
di degassamento tramite un modello di degassamento
magmatico per miscele H2O-CO2-gas
nobili-N2 ha permesso di calcolare il
percorso di risalita dei magmi che alimentano il
sistema della Fossa (Nuccio and Paonita, 2001; Fig.9).
Come risultato, i magmi responsabili degli eventi
del 1996 e 1998 hanno degassato a partire da pressioni
prossime a quelle finali delle serie precedenti,
suggerendo processi di rimpascimento della stessa
intrusione magmatica. La profondità dei
magmi, calcolata con l’approccio di Nuccio
e paonita (2001), è risultata intorno ai
2.5 km, in ottimo accordo quella ottenuta da studi
petrologici (Sbrana, 1997) e da tomografia
sismica (Ferrucci et al. 1991). Gli elevati valori
di rapporto isotopico dell’elio (5.5¸6.2 Ra) sembrano essere il tipico marker
magmatico dell’area (Tedesco,
1995; Italiano and Nuccio, 1997; Tedesco and Scarsi,
1999). Il valore di 13CCO2 prossimo
a 0 ‰ (vs. PDB), ha mostrato variazioni
entro pochi per mille, sincrone con le variazioni
di concentrazione di CO2 nelle fumarole
(Paonita et al., 2001). Ciò è in
accordo con i processi di arricchimento in 13C
nelle bolle tramite frazionamento isotopico di
equilibrio tra fuso silicatico e fase vapore. Il
grado di arricchimento sembra compatibile con quello
previsto per fusi di composizione intermedio-acida.
La composizione isotopica dell’ossigeno varia
tra 8¸11‰ (vs. SMOW), in relazione alle proporzioni
di H2O e CO2 nel vapore magmatico.
D dell’idrogeno magmatico varia ampiamente
(-1¸-35‰
vs. SMOW), con i valori più bassi
raggiunti durante i principali
eventi di degassamento. La generazione
di H2 nelle bolle
assolte dal magma e la successiva
conversione in H2O
durante la risalita dei gas,
potrebbero essere la spiegazione
di tale singolare comportamento
(Paonita et al., 2002). Sia la
composizione isotopica di C che
quella di H sono sostanzialmente
diversi dai valori tipicamente
magmatici, suggerendo processi
di contaminazione del mantello
tirrenico dovuti alla subduzione
di litosfera sotto l’arco
eoliano (Capasso
et al., 1997). La
miscela magmatico-idrotermale
che alimenta le emissioni fumaroliche
sembra infine essere contaminata
dall’apporto di fluidi
di origine meteorica, soprattutto
dopo il 1990 (Capasso et al.,
1997; Paonita et al., 2002).
La zona di infiltrazione di tali
fluidi potrebbe coincidere con
la zona-sorgente degli eventi
sismici superficiali localizzata
tra Il Piano e La Fossa a 300~800 m sotto il livello del mare, e attribuita a processi
di microfratturazione idraulica
delle rocce. L’aumento
dell’infiltrazione a partire
dal 1990 fu probabilmente causato
da incrementi di fatturazione
nel sistema, peraltro osservati
macroscopicamente nel campo fumarolico
craterico (Bukumirovic et al.,
1997). Il
quadro esposto rappresenta una
sintesi dell’ampio lavoro
di ricerca e sorveglianza svolto
sull’isola di Vulcano,
che rende tale sistema vulcanico
uno dei più studiati e
meglio conosciuti al mondo. Più di
un ventennio di monitoraggio
geochimico, per il quale l’impegno
profuso dall’INGV-Pa (ex
IGF-CNR) è stato determinante,
hanno permesso di raggiungere
una profonda conoscenza del modo
di lavorare del vulcano, definendo
le principali sorgenti di fluidi
termali e le loro condizioni
chimico-fisiche. I modelli quantitativi
sviluppati consentono una comprensione
deterministica delle evoluzioni
del sistema, in termini di processi
attivi e conseguenti effetti.
I risultati raggiunti hanno dunque
implicazioni notevoli per pianificare
i più convenienti ed efficaci
programmi di monitoraggio, in
grado di valutare effettivamente
lo stato di attività del
sistema.
Fig.8 Fig.9
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Bibliografia
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